Produrre all'estero

Produrre all’estero

 

Molte aziende europee oggi considerano l’opportunità di trasferire parte della produzione all’estero, allettate dalle possibilità di miglioramento delle business figures che la riduzione dei costi operativi, il miglioramento del time to market e la diminuzione dei costi logistici e di trasporto lasciano intravedere. Per molte realtà la valutazione riguarda l’opportunità di produrre all’estero per ridurre i costi dei componenti dei propri prodotti, mantenendo invece le core competencies come la ricerca e sviluppo (R&D), la progettazione e la produzione di breve periodo in patria.

La maggior parte delle piccole aziende considera la produzione all’estero come un modo efficace per acquisire commesse o avviare rapporti di partnership con produttori stranieri senza perdere il controllo del proprio prodotto.  È pratica consolidata aumentare progressivamente il proprio commitment, partendo inizialmente da un outsourcing della produzione di componenti secondari per arrivare alla costruzione o all’acquisto di siti produttivi, a mano a mano che il business conferma le prospettive di crescita iniziali.

Già nel 2002 il Fraunhofer Institute aveva portato a termine uno studio tra aziende tedesche che, all’epoca, avevano avviato attività produttive all’estero, indagando sui principali fattori che avevano dato avvio al processo di delocalizzazione.

Le risposte evidenziavano questa distribuzione delle motivazioni:

  • Costo dei fattori di produzione (65%)
  • Apertura di nuovi mercati (60%)
  • Vicinanza a Clienti strategici (34%)
  • Tasse, Imposte, Sussidi (21%)
  • Disponibilità di personale qualificato (17%)
  • Coordinamento, comunicazione, costi di traporto (16%)
  • Presenza della concorrenza (16%)
  • Condizioni e contenuti locali (15%)
  • Riduzione dei colli di bottiglia/Capacità produttiva (12%)
  • Infrastrutture (9%)
  • Nuove tecnologie (8%)
  • Compensazione del rischio valutario (6%)

Lo studio riflette ovviamente il livello elevato dei costi di produzione in Germania: il 65% delle aziende che hanno aperto stabilimenti all’estero cita questa fra le motivazioni. Al secondo posto (60%) si colloca la necessità di aprire nuovi mercati, mentre la pressione esercitata dai Clienti stranieri che richiedono una produzione locale viene al terzo posto (34%). Solo il 7% delle aziende interpellate all’epoca non citava nessuna di queste tre opzioni fra le principali ragioni legate all’apertura di stabilimenti all’estero.

Abbastanza sorprendentemente, solo il 21% delle aziende interpellate citava tra le motivazioni tasse, imposte, e sussidi.

Sulla base della nostra esperienza, pur con gli ovvi cambiamenti legati all’evoluzione dei mercati internazionali nel tempo, il peso relativo di queste motivazioni e la valutazione della loro importanza sono rimasti sostanzialmente invariati.

Lo stesso sondaggio estendeva l’indagine anche alla distribuzione geografica dei siti produttivi, evidenziando come, nel 2002, l’Europa Occidentale mantenesse ancora una posizione predominante nella scelta: il 50% delle aziende tedesche con siti produttivi all’estero aveva infatti scelto di delocalizzare aperto (anche) in quest’area. L’Europa dell’Est e l’America Centro/Settentrionale seguivano da vicino, con il 45% delle aziende tedesche intervistate che aveva optato anche per queste due aree. Asia e Sudamerica seguivano poi con il 34% ed il 18% rispettivamente.

Vantaggi e svantaggi dell’apertura di uno stabilimento all’estero

 

Costi di produzione

Un primo vantaggio è rappresentato dalla possibilità di ridurre i costi operativi, in particolare il costo del lavoro e, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti, il costo dell’energia. Nel caso di aziende che operano in un mercato in contrazione o che vedono una riduzione del business causata dalla concorrenza, il trasferimento di parte della produzione all’estero può incidere sostanzialmente sulla bottom line.

Contrariamente ad una credenza ancora oggi molto diffusa, il Paese con i costi di produzione più bassi non è la Cina. È l’Indonesia, seguita dall’India, dal Messico e dalla Thailandia. La Cina viene dopo, con i costi di Taiwan solo leggermente più alti e quelli degli Stati Uniti un po’ più sopra, cosa che posiziona l’America al numero sette in questa classifica.

Dato che il costo del lavoro in Cina cresce, la produttività americana progredisce e le spese per l’energia negli Stati Uniti precipitano, la differenza nei costi di produzione tra la Cina e gli Stati Uniti si è assottigliata a un tale livello da essere quasi insignificante. Per ogni dollaro richiesto per produrre negli Usa, ora il costo per la produzione in Cina è di 96 centesimi, prima di considerare i costi di trasporto negli Usa e altri fattori. Per molte società, non vale certo la pena produrre in Cina quando all’equazione si aggiungono la qualità del prodotto, la tutela della proprietà intellettuale e i problemi legati a una supply-chain a lunga distanza.

Per completezza di informazione, i Paesi con i costi di produzione maggiori tra le 25 nazioni che abbiamo studiato sono Australia, Svizzera, Brasile, Francia, Italia, Belgio e Germania, tutte con costi più alti tra il 20 e il 30 per cento rispetto agli Usa.

Nuovi mercati

Aprire uno stabilimento produttivo all’estero aiuta le aziende che vogliono servire nuovi mercati, con vantaggi evidenti nel caso in cui la domanda per i propri prodotti e servizi sia elevata e la concorrenza iniziale sia ancora minima. Anche il riconoscimento globale del brand migliora: in un’economia sempre più globale, un miglioramento della brand awareness potrebbe essere necessario per aziende che vogliono continuare ad espandersi, specialmente in caso di saturazione dei mercati tradizionali.

Instabilità

Sul versante degli svantaggi, l’apertura di uno stabilimento in paesi stranieri espone l’azienda a rischi legati all’incertezza: ad esempio le aziende americane, abituate alla stabilità politica, potrebbero non essere preparate alla scelta di operare in un paese dove la leadership politica è soggetta a cambiamenti frequenti. Un improvviso cambio di regime può generare turbative economiche in grado di mettere a rischio il successo del business a lungo termine. Un’economia in forte crescita potrebbe crollare improvvisamente nel caso di un inaspettato e radicale cambio al governo del paese straniero. Questo problema non è ovviamente rilevante nel caso di aziende europee che intendano aprire siti negli Stati Uniti.

Possibili contraccolpi

Quando un’azienda apre stabilimenti produttivi in una nazione straniera, la decisione non viene sempre accettata positivamente in patria. L’azienda potrebbe decidere di tagliare posti di lavoro nazionali per trarre vantaggio dal minor costo del lavoro all’estero: molti dipendenti, anche di valore, potrebbero trovarsi senza lavoro. Questo aspetto è dannoso soprattutto dal punto di vista delle pubbliche relazioni: anche nel caso in cui l’azienda decidesse di mantenere una parte della produzione in patria, assieme ai nuovi stabilimenti all’estero, i consumatori domestici potrebbero interpretare l’operazione come un segnale di crisi, e decidere di spostare i propri acquisti verso produttori interamente nazionali.

Le possibilità di produzione all’estero

 

La scelta di avviare un’attività produttiva all’estero, come alternativa o completamento all’esportazione dei prodotti dal territorio nazionale, può seguire tre percorsi differenti, che molto spesso posso essere adottati in successione o sovrapposizione a seconda dell’evoluzione e della crescita del business.

Contract manufacturing

Questo approccio prevede di utilizzare i servizi di un’azienda straniera per produrre, secondo precise specifiche definite contrattualmente, prodotti finiti o loro componenti. Il rapporto tra l’azienda italiana e quella locale (statunitense, nel nostro caso) è essenzialmente un rapporto Cliente/fornitore. Nella maggior parte dei casi si dovranno fornire delle specifiche di produzione, generiche o dettagliate, ma sarà sempre necessario prevedere la protezione della proprietà intellettuale e dei diritti di sfruttamento.

Licensed manufacturing

La produzione su licenza offre ad un’azienda straniera (statunitense) la possibilità di produrre e commercializzare, in un territorio stabilito, i prodotti di un’azienda italiana, che mette a disposizione la proprietà intellettuale (disegni, progetti, brevetti ecc.). Questa soluzione, grazie a costi di produzione e di trasporto inferiori, consente di migliorare la competitività delle aziende straniere sul mercato americano; consente inoltre di superare i vincoli all’importazione e permette di focalizzare gli sforzi su competenze quali progettazione e R&D, piuttosto che sulla produzione vera e propria.

Avvio o acquisizione di uno stabilimento, joint venture

Costruire o acquisire uno stabilimento produttivo negli Stati Uniti può essere molto costoso: bisogna essere consapevoli che sarà necessario raggiungere volumi elevati di business prima di realizzare un ritorno sull’investimento. Gestire invece uno stabilimento produttivo in Joint Venture con un’azienda locale può ridurre i rischi garantendo al tempo stesso i vantaggi della conoscenza del mercato locale.

Quali i rischi nella produzione all’estero?

 

Alcuni rischi accompagnano sempre la realizzazione di un accordo con un produttore estero. Fra questi vanno citati:

  • minor controllo sul processo di produzione dei vostri prodotti
  • difficoltà di relazione con I partner o fornitori locali
  • furto o uso improprio della proprietà intellettuale
  • fluttuazione dei rapporti di cambio

Per attenuare questi rischi, è necessario essere molto chiari sui requisiti di qualità e sulle delivery expectations e specificarle chiaramente in un accordo di fornitura, che dovrà anche contenere clausole dettagliate sulla proprietà intellettuale, accordi di confidenzialità, e dovrà definire chiaramente la governance, le modalità di risoluzione di eventuali dispute e le modalità di uscita dall’accordo per entrambe le parti.

Per proteggere il vostro business dal rischio delle oscillazioni valutarie legate al cambio dovrete rivolgervi ad un consulente finanziario, che vi potrà suggerire una comune operazione di hedging valutario.

La gestione della qualità

 

Tra i rischi, il controllo della qualità merita una considerazione particolare, poiché è quasi sempre fra i principali problemi che le aziende intenzionate a produrre all’estero devono affrontare e gestire; già in fase preliminare di valutazione strategica dell’investimento sono pertanto necessarie una considerazione ed un’analisi accurata e approfondita.

Per le aziende italiane sarà possibile gestire in outsourcing le verifiche o ispezioni di qualità per i prodotti o assumere qualcuno che segua direttamente questa attività presso i siti produttivi. Aziende indipendenti possono visitare gli stabilimenti dei partner produttivi locali per effettuare ispezioni di qualità o audit completi sulle attività di produzione.

In ogni caso è necessario assicurarsi che i contratti siglati prevedano Service Level Agreements (SLA) che definiscano precisamente ed esaustivamente gli standard di qualità attesi.

Come individuare e scegliere un partner locale: consigli

 

Identificare un partner locale in grado di gestire la produzione all’estero è fondamentale per il successo delle aziende italiane negli Stati Uniti. Si dovrà identificare un’azienda affidabile, con adeguato know-how tecnico, impianti produttivi tecnologicamente adeguati, e in grado di rispettare le specifiche di produzione concordate. Il partner scelto dovrà inoltre avere capacità sufficiente a gestire la domanda secondo i volumi richiesti e dovrà infine disporre della flessibilità necessaria ad adeguare i propri cicli produttivi alle necessità dell’azienda italiana.

Di seguito otto importanti suggerimenti, da tenere presenti nel processo di selezione:

  1. Informatevi in anticipo sugli aspetti legali, normativi e regolatori del vostro business.
  2. Effettuate una ricerca di mercato preliminare: la struttura del mercato relative al vostro settore potrebbe essere molto diversa da ciò che vi aspettate.
  3. Definite accuratamente le vostre necessità.
  4. Effettuate una prima ricerca dei produttori potenziali.
  5. Procedete a stilare una shortlist e richiedete offerte e referenze. Se non conoscete il mercato, rivolgetevi ad’un’azienda specializzata o chiedete ai candidate referenze su Clienti italiani. Procedete ad un accurato follow-up.
  6. Effettuate un background check sui candidati della shortlist per verificare le informazioni fornite, includendo la proprietà, I dati societari, e l’oggetto del business.
  7. Visitate personalmente le più importanti aziende candidate, con l’assistenza di un partner locale residente negli Stati Uniti.
  8. Per la stesura del contratto avvaletevi dei servizi di una società di consulena specializzata in contratti internazionali: assicuratevi che questa società possieda un’adeguata esperienza nella definizione di contratti di produzione offshore e abbia la necessaria familiarità con gli aspetti legali del paese in cui decidete di operare.

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