Business USA per le imprese italiane nell'era di Trump

Glauco Pensini, partner di Global Export Network, imprenditore e CEO di Siel America, ha partecipato, giovedì 30 marzo, al convegno organizzato a Milano per discutere delle prospettive per le imprese italiane negli Stati Uniti, alla luce dell’esperienza dei primi tre mesi di amministrazione Trump.

L’incontro, organizzato da Assolombarda, è stato moderato da Stefano Venturi, presidente di American Chamber of Commerce in Italia, proprio mentre l’amministrazione americana brandisce lo spauracchio dei dazi verso alcuni prodotti provenienti dall’Europa, addensando qualche nuvola cupa sulle prospettive del Made in Italy negli USA.

L’agenda di Trump

Come ormai ben sappiamo, non c’è stato alcuno shock sui mercati dopo l’elezione di Trump, probabilmente perché alcuni nodi della politica economica di Trump, in particolare lo stimolo alla crescita del mercato interno, sono stati percepiti positivamente dagli analisti.

Le prospettive di crescita del mercato interno sono legate in gran parte alla bassa qualità delle infrastrutture americane (strade, aeroporti, ponti, rete idrica, rete energetica,…) di oggi. Del resto, gli ultimi grandi investimenti infrastrutturali americani risalgono agli anni 70: ora quelle infrastrutture  vanno rinnovate, aggiornate, integrate, o anche soltanto mantenute, perchè essenziali per migliorare la produttività del paese. Questa grande spinta al rinnovamento del paese si traduce ovviamente in una grande opportunità di business per le imprese (americane o straniere) che hanno la possibilità di partecipare a questo processo di sviluppo.

Un altro tema da tenere presente nell’analizzare la politica di Trump è quello della grande liquidità che le corporation americane hanno accumulato negli anni, per ragioni fiscali, all’estero. Il suo rientro negli USA ha dei costi che corporate America difficilmente intende sostenere, e ciò spiega la campagna di Trump sulla riduzione delle tasse, come un’azione che può facilitare il rimpatrio di questi capitali ed il loro successivo investimento in attività produttive negli Stati Uniti.

Probabilmente lo scopo ultimo di Trump è quello di recuperare il fasto e la dignità economica della middle class, un progetto politico comune a molti movimenti, anche europei. Nel perseguire questo obiettivo, è inevitabile però trovarsi a dover ridiscutere i meccanismi della globalizzazione che hanno contribuito a complicare la posizione economica e sociale  di molti appartenenti alla middle class del mondo occidentale.

I dati macroeconomici del rapporto Italia – Stati Uniti

Per usare le parole di Stefano Venturi, non possiamo che osservare come che l’export italiano negli USA proceda a gonfie vele. Nel 2008, infatti, l’Italia aveva raggiunto il massimo storico di esportazioni negli Stati Uniti, pari a 36 B$. Poi la crisi ha avuto effetti devastanti, abbattendo tale valore a 26B$ nel 2009. Da allora, però, si sono susseguiti solamente anni di crescita continua, anche a due cifre, che hanno portato, nel 2015, ad un nuovo impressionante massimo di 45.2 B$.

Il fatto che ora anche soltanto si parli di dazi non lancia segnali incoraggianti, ma ci sono alcune considerazioni da fare per osservare la prospettiva economica da tutte le angolazioni.

Primo, la cultura della generazione di manager ed imprenditori cresciuta negli ultimi 30 anni (e, in particolare, dopo il 2000) è fortemente permeata di globalizzazione. Oggi non c’è né manager né piccolo imprenditore che non guardi al mondo intero come mercato in cui muoversi. Chiunque oggi voglia imporre dazi su importazioni ed esportazioni si dovrà confrontare con una classe manageriale e imprenditoriale mondiale che analizza in modo globale qualsiasi fenomeno. Questo aspetto è una prima rete di sicurezza da considerare.

Secondo, le supply chain delle principali aziende statunitense sono, da molto tempo, globali. Su prodotti come l’Iphone, pur se l’85% del valore aggiunto generato rimane negli Stati Uniti, il 95% della supply chain si trova all’estero. L’imposizione di dazi avrebbe pertanto un effetto immediato sui prezzi al consumo, con una forte penalizzazione proprio del consumatore americano.

Se vogliamo tenere in considerazione gli impatti sulle imprese e sul business internazionale, è quindi il caso, almeno per il momento, di mettere da parte le preoccupazioni e di analizzare pragmaticamente i comportamenti concreti.

Spostando l’attenzione sul fronte europeo, invece, secondo Venturi è qui che va ricercata la vera responsabilità del fallimento del TTIP: è proprio in Europa che sono state dispiegate le più grandi barriere all’accordo. Il reshoring del manufacturing negli USA era invece già stato avviato dall’amministrazione Obama, con iniziative come SelectUSA e politiche di incentivazione per le imprese. E’ stato in questo contesto che  la stessa Amcham ha cambiato missione, inserendo tra i propri obiettivi anche il bilateralismo, e cominciando ad annoverare tra i propri soci molte imprese italiane che vogliono investire negli Stati Uniti.

 

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Esportazioni e investimenti nel rapporto Italia-USA

L’analisi delle esportazioni dall’Italia verso gli Stati Uniti fornisce un’immagine molto diversa da quella che molti luoghi comuni hanno contribuito a generare. Di seguito le prime cinque categorie di prodotti esportati, in percentuale sul totale:

  1. Machinery 16%
  2. Chemicals 15%
  3. Transportation Equipment 14%
  4. Miscellaneous Manufactured Commodities 5.6%
  5. Leather and allied products 5%

L’Italia quindi esporta principalmente tecnologia negli USA, al contrario di quanto comunemente si pensi. In alcuni casi si tratta di prodotti finiti, ma molto spesso di componenti che fanno parte di una supply chain sofisticata che non può essere stravolta in pochi giorni da una politica di imposizione indiscriminata di dazi.

Un dato preoccupante comunque c’è, ed è quello degli investimenti esteri, in Europa in generale ed in Italia in particolare. Nel 2015, per la prima volta nella storia, lo stock di investimenti italiani negli Stati Uniti ha superato lo stock di investimenti statunitensi in Italia.

Questo fenomeno dipende in parte da un maggiore orientamento all’internazionalizzazione degli imprenditori italiani, molto dalla scarsa attrattività del sistema Italia, che è al 13esimo posto in Europa nella graduatoria degli investimenti americani per paese. Nei prossimi anni è su questo punto che l’Italia si dovrà concentrare, questo sarà l’homework su cui lavorare nonostante le nubi sul futuro. E quando ci riferiamo agli investimenti in Italia, possiamo tranquillamente trascurare l’aggettivo ‘esteri’, poiché oggi ogni imprenditore investe, senza etichette nazionali, in uno scenario globale.

La testimonianza di due imprenditori italiani negli USA

L’incontro si è concluso con la testimonianza diretta di Glauco Pensini e Attilio Bindi (Bindi USA), entrambi ‘Jersey Boys’ perchè hanno aperto la filiale statunitense della proria azienda entro i confini del Garden State.

Sia Pensini che Bindi hanno più volte rimarcato l’estremo pragmatismo degli americani, che non ha fino ad ora reso evidente un sostanziale cambiamento della situazione economica negli USA di Trump, anche per l’inerzia rappresentata dall’establishment e dalle istituzioni (Congresso, giudici,…).

Anche nel New Jersey l’obsolescenza delle infrastrutture, a partire da strade e aeroporti, è sotto gli occhi di tutti, ma l’elezione di Trump sembra aver dato fermento a quelle iniziative di rinnovamento di cui abbiamo parlato in precedenza, iniziative che rappresentano per le imprese italiane un’ottima opportunità. Secondo Pensini uno dei meriti di Trump è quello di parlare alla pancia della gente e di provare a restituire il sogno americano a quella classe media che nell’ultimo decennio ha assistito ad un progressivo peggioramento della propria condizione sociale.

Attilio Bindi non ha mostrato grande preoccupazione per le ipotesi che circolano sui dazi, ritenendo poco probabile una trasformazione degli Stati Uniti in nazione iperprotezionistica. Paradossalmente, su alcuni prodotti come i grassi animali (burro, panna, formaggio) Bindi stessa è costretta a pagare dazi più elevati nelle importazioni dagli USA verso l’Europa che non nel flusso opposto. La preoccupazione di Bindi si concentra di più sulla fluttuazione del dollaro, che fa sì che molte imprese impreparate arrivino sul mercato americano attirate del dollaro forte, ma con un prodotto debole e di bassa qualità, creando così notevoli ostacoli all’affermazione dei prodotti Made in Italy.

Per quanto riguarda la tecnologia utilizzata negli USA, è stato interessante rilevare come molto spesso Bindi stessa acquisti tecnologia italiana perchè più avanzata di quella americana, che non si è sviluppata negli anni a causa dei bassi costo di manodpera che hanno favorito processi produttivi labor intensive a quelli capital intensive.

In conclusione, per citare le parole di Venturi, certamente vi sono molte variabili non prevedibili nell’evoluzione della politica economica americana. Affrontarle con il pragmatismo e con l’atteggiamento positivo tipicamente statunitensi non potrà che aiutare anche le imprese italiane a cogliere il cambiamento trasformando l’incertezza in nuove opportunità di business.

 

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